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27 marzo 2007

Diario di viaggio fotografico



Il centro di Kabul



Cosa si diranno?



Il pane dei contadini




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29 dicembre 2006

Ancora una prova che Indiscreto aveva ragione

Quello che riportiamo di seguito è un articolo apparso sul sito pace-sviluppo firmato da Elisa Arduini. Ebbene la Arduini è stretta collaboratrice di chi ha redatto il rapporto alle Nazioni Unite di cui abbiamo parlato in altri post. Quindi questa è la conferma diretta che le informazioni che la nostra fonte ci dava erano esatte. Ecco l'articolo

INCHIESTA: cosa nascondono le forniture di armi eritree alla Somalia

Oggi non è difficile per uno stato comprare armi purché detto stato non sia in regime di embargo, comunque anche in quel caso i metodi sono diversi e tutti buoni. In ogni caso si riesce a trovare qualsiasi arma, basta avere il danaro oppure una valida contropartita che può essere la concessione sul proprio territorio di determinati permessi. Nel caso dell’Eritrea non esiste formalmente un embargo da parte dell’Onu ma esiste da parte dell’Unione Europea mentre nel caso della Somalia l’embargo è totale.

Quindi, formalmente, l’Eritrea può acquistare armi ovunque purché i fornitori non siano provenienti dall’Unione Europea mentre per quanto riguarda la Somalia, non può fare acquisti "legali" di armi. A dire il vero una risoluzione Onu degli ultimi giorni rimuove l’embargo per quanto riguarda il governo provvisorio somalo ma non per le Corti Islamiche.

Il problema principale dell’acquisto "regolare" di armi e che, sebbene non ancora perfezionato, il mercato regolare ha un sistema di tracciabilità, per cui se l’Eritrea comprasse armi regolari per poi rivenderle o donarle alle Corti Islamiche, dette armi fornirebbero una prova contro Asmara in quanto avrebbe violato l’embargo totale decretato dalle Nazioni Unite. Tuttavia, sia un rapporto delle stesse Nazioni Unite sia varie testimonianze riferiscono che l’Eritrea vende armi alle Corti Islamiche. Allora se Asmara non compra armi sul mercato regolare, dove le compra?

I grandi fornitori di armi sono fondamentalmente due: la Cina e i mercanti russi che fanno capo a Viktor Anatolijevitch Bout. La Cina è attivissima sul mercato africano nella vendita di armi leggere e proiettili ma sia le armi che i proiettili cinesi sono in qualche modo tracciabili per cui se vanno bene per l’uso interno eritreo di certo non sono idonee per le Corti Islamiche. Allora l’unica strada da percorrere per inviare armi in Somalia è quella di acquistarle sul florido mercato clandestino.

Il mercante d’armi più famoso è senza dubbio Viktor Anatolijevitch Bout il quale oltre che a fornire ogni tipo di arma possiede alcune compagnie aeree attraverso le quali provvede a trasportarle praticamente in ogni parte del mondo. A tal proposito negli ultimi tempi sono stati segnalati molti voli della compagnia aerea CESS-AIR arrivati e partita da Asmara. La CESS-AIR è una delle compagnie aeree che secondo un rapporto presentato a ottobre alle Nazioni Unite fanno capo a Viktor Bout.

Sempre nel rapporto viene riportato che la stessa compagnia ha effettuato diversi voli anche in due aeroporti somali, quello di Mogadiscio e quello di Baledogle ogni volta scaricando grandi quantità di armi di provenienza ex-sovietica. Ma se tutto questo non ha niente di eccezionale (naturalmente proporzionato alla vicenda) quello che lascia stupiti è il fatto che stando al rapporto ci sono nomi italiani coinvolti nel traffico di armi Eritrea-Somalia tra i quali spicca quello di Giorgio Comerio già salito all’onore delle cronache nell’inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi.

Giorgio Comerio, che in Somalia è stato referente del SISMI per molti anni, risulta essere molto ben introdotto in Somalia, prima con i Signori della Guerra e ora con le Corti Islamiche e sembra essere implicato in diversi traffici di rifiuti tossici dall’Italia verso il Corno d’Africa. L’aggancio al nome di Viktor Bout viene fatto in quanto Comerio avrebbe incontrato ad Asmara Abdullah bin Zayed bin Saqr al Nayhan, membro della Casa Reale degli Emirati Arabi Uniti e socio occulto di Bout attraverso la Diamond Fields International Ltd una società che traffica in diamanti e nella quale figura anche l’ex dittatore della Liberia Taylor.

Negli ultimi mesi Comerio ha fatto la spola tra Mogadiscio, Asmara e Johannesburg in Sud Africa dove ha più volte incontrato un certo Rudolph Wollenhaupt anch’esso legato a Bout attraverso la società Executive Outcomes la maggiore e più famosa società africana di fornitura di mercenari e di programmi di "protezione" e sicurezza armata.

Stando quindi a queste informazioni le forniture di armi dall’Eritrea verso la Somalia movimentano un enorme giro di denaro che non si limita al semplice pagamento delle forniture ma che coinvolgono il mercato di rifiuti tossici e il mercato clandestino di diamanti non escludendo pesanti partecipazioni italiane agli affari.

Quindi, quando nella sua recente visita in Italia il dittatore eritreo Afeworki dichiarava alla stampa che l’Eritrea non vendeva armi alla Somalia anche perché poverissima, mentiva spudoratamente sapendo di mentire. Certo, business is business, ma quando gli affari vengono fatti con il sangue di un popolo andrebbero fermati con qualsiasi mezzo.a nascondono le forniture di armi eritree alla Somalia




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4 dicembre 2006

Ecco la prova che Indiscreto è avanti mesi rispetto alla giustizia Italiana

Indiscreto è avanti di mesi rispetto alla giustizia italiana e quello che scrive il Corriere delle Sera oggi ne è la conferma.
dal Corriere della Sera

Ho i video sui politici legati al Kgb»

 

ROMA — Mario Scaramella tenta il rilancio e promette nuove rivelazioni. In una email di tre pagine spedita al suo avvocato Sergio Rastrelli, il consulente della commissione Mitrokhin sostiene di avere documenti e filmati per «smentire tutte le accuse che mi sono state indebitamente e pericolosamente rivolte». Il legale ha deciso di rendere nota soltanto una parte del messaggio, quella in cui Scaramella afferma di avere «molte informazioni su politici e giornalisti legati allo spionaggio sovietico». Ma ha svelato anche l'esistenza di un video nel quale Aleksander Litvinenko, l'ex spia russa morta il 23 novembre scorso per contaminazione da polonio 210, «parla di questioni italiane con una dichiarazione spontanea e poi risponde alle domande che gli vengono poste dal consulente».
In realtà la email trasmessa da Scaramella è molto più articolata. E contiene informazioni che dovranno essere adesso verificate anche perché le sue nuove dichiarazioni coinvolgono altre persone e istituzioni come l'ambasciata italiana a Londra e l'Onu. Il consulente sostiene di essere stato contattato nel 2003 dal coordinatore dei consulenti della commissione Mitrokhin, il pubblico ministero Lorenzo Matassa. E scrive: «Lo conobbi in precedenza quando il professor Lucignan di Stanford University mi chiese di ricevere il magistrato che era in visita ufficiale negli Stati Uniti e stava indagando su traffici nucleari. Nel 2003 mi ricontattò chiedendomi disponibilità a collaborare con la commissione. Successivamente fui contattato dal senatore Guzzanti. Ci vedemmo a Londra e successivamente ricevetti l'incarico di consulente».
Scaramella affronta poi il capitolo Litvinenko: «Collaborava come autore di testi sulla sicurezza con l'Eccp (la società fondata dallo stesso Scaramella, ndr). Nel 2004 gli chiesi di fornire elementi sulla situazione italiana ad uso della commissione e successivamente acquisii le sue dichiarazioni tramite gli uffici dell'Ecpp e dell'Onu a Londra e tramite l'ambasciata italiana a Londra. Il materiale acquisito è stato presentato in commissione e in parte segretato.
Ho passivamente ricevuto da lui informazioni, coerentemente con il mio mandato, relativamente a politici e giornalisti collegati allo spionaggio sovietico, a legami tra Mosca e le Brigate Rosse, a traffici di ordigni nucleari. Litvinenko ha prodotto documenti in lingua russa da lui scritti e sottoscritti e dichiarazioni registrate o videoriprese. Tutto questo materiale è disponibile presso gli enti originatori e, per quanto pertinente, depositato in Parlamento». Poi aggiunge: «Penso che l'avvelenamento di entrambi possa essere collegato alle informazioni che lo stesso Litvinenko per mesi mi ha trasmesso».
Nel messaggio, il consulente della Mitrokhin nega di «aver mai avuto rapporti di collaborazione con i Servizi di sicurezza italiani» e smentisce «categoricamente qualsiasi autocandidatura presso il Sisde». Afferma però che «esiste un'unica attività svolta con ufficiali superiori del Sisde oltre 17 anni fa nell'ambito di una collaborazione con l'Alto commissariato Antimafia».
Sono circostanze che aprono nuovi misteri sull'attività del consulente, dopo che le intercettazioni delle sue telefonate con Paolo Guzzanti hanno smascherato il tentativo dei due di dimostrare che l'attuale premier Romano Prodi e il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio erano in rapporti con il Kgb, ma anche che il governatore della Campania Antonio Bassolino avrebbe «concesso appalti alle cooperative rosse legate alla camorra». Ieri sera Scaramella è tornato a parlare e in un collegamento telefonico con il Tg1 ha detto: «Nel mio corpo c'è un livello di polonio cinque volte superiore alla dose considerata mortale». Una circostanza che le autorità britanniche non confermano, anzi. «Il paziente — sostiene il portavoce dell'University College Hospital di Londra, dov'è ricoverato — continua a star bene. I risultati dei test patologici finora compiuti rimangono normali».

Fiorenza Sarzanini




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3 dicembre 2006

Gli intrecci italiani con il caso Litvinenko

Il caso di Alexander Litvinenko, l’ex spia russa uccisa con il polonio 210 in Inghilterra, ha molte più implicazioni in Italia di quanto si possa credere e non solo in relazione alla commissione Mitrokin ma più ancora è collegato alla figura di alcuni esponenti politici italiani coinvolti in un vorticoso giro di affari illeciti internazionali in collaborazione con alcuni ex alti ufficiali del vecchio KGB. Lo stesso fatto che Scaramella sia stato avvelenato lo proverebbe. Infatti è quasi impossibile che l’avvelenamento di Scaramella sia avvenuto per una sorta di contagio essendo il polonio 210 letale solo se somministrato in un certo modo. La storia della commissione Mitrokin è solo fumo negli occhi e in certi ambienti tutti sanno che Scaramella era volato a Londra per parlare con Litvinenko non della commissione ma di alcuni dossier che aveva avuto proprio sui rapporti correnti tra certi personaggi russi e bielorussi con alcuni politici italiani. L’interessamento del COPACO non è un interessamento di routine ma è finalizzato a qualcosa di preciso che, di certo, non è la commissione Mitrokin. Ci sono molti servizi segreti interessati a quello che Litvinenko aveva scoperto, CIA, MOSSAD e gli stessi servizi russi. Tutti puntano il dito contro Putin ma la verità è molto più vicina a noi.

Indiscreto




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25 novembre 2006

Allarme laboratorio 12

 

La prima regola è che il veleno dei sicari sia invisibile. Magari una miscela di un elemento innocente e uno sconosciuto. Oppure una nuova sostanza. L’obiettivo è ostacolare l’intervento dei medici, per i quali la diagnosi diventa un rompicapo. Il caso Litvinenko ne è la prova: all’inizio pensavano che la causa dell’avvelenamento fosse tallio, poi hanno scoperto che si trattava di polonio 210.

Trucchi che possono rendere tardive le cure, mimetizzazioni per impedire il ricorso ad un antidoto (se mai esiste). Sistemi usati con efficacia letale dal famoso Kgb durante la Guerra fredda e oggi impiegati di nuovo dai due servizi di intelligence, l'Fsb e lo Svr (spionaggio esterno). La seconda regola imposta dagli 007 è la facilità di dispersione della sostanza. La inserisci in un proiettile, la inietti con un ago, la sciogli in una bevanda, la mescoli al tabacco. Tutte invenzioni perfezionate dalla «Kamera» (o Laboratorio 12), la sezione del Direttorato incaricata di inventare veleni. Creata nel 1934 e ospitata per molto tempo al numero 11 del Corso Varsonofyevsky, la struttura ha dato libertà all'ingegno degli scienziati incaricati di fornire all'unità killer del Kgb, in codice smersh, mezzi sofisticati. E negli anni a seguire gli spioni sovietici, insieme con gli alleati del Patto di Varsavia, hanno dimostrato di saperci fare. Negli archivi dell'intelligence giacciono decine di dossier dedicati a personaggi eliminati. E alla voce «causa di morte» è scritta una parola generica: «Avvelenamento». Nel 1957 e nel 1959, gli 007 eliminano dissidenti ucraini. Il primo con una pallottola contaminata tirata da un'arma a gas, il secondo con sostanze non meglio specificate. Scorribande rimaste quasi sempre impunite e che vedono il coinvolgimento dei servizi amici. Come i bulgari. Sono loro a togliere di mezzo l'oppositore Georgi Markov in una via di Londra con una minuscola sfera alla ricina sparata da un ombrello modificato.

I romeni della Securitate studiano un sistema con radiazioni che ricorda la tragica fine di Litvinenko. Non sono da meno gli americani. Per Washington l'ossessione è Fidel Castro e i tecnici della Cia, attraverso il «Comitato per l'alterazione della salute », producono — senza risultati — pozioni degne di mago Merlino. Quando crolla il Muro, i russi mandano in pensione la Guerra fredda ma ne conservano l'arsenale puntandolo sui nuovi nemici. Lo stesso fanno gli ex del Patto. Riecco gli ucraini, con la diossina per contaminare Viktor Yushchenko. Pagano un prezzo pesante i ceceni. È probabilmente una lettera cosparsa con un misterioso veleno ad uccidere il leader guerrigliero Khattab. E la Cecenia diventa il perno attorno al quale si sviluppa una furiosa battaglia. L'ex Kgb, il Direttorato «S» dei servizi di sicurezza, i ribelli, i difensori dei diritti umani, gli esuli, i miliardi avversari del Cremlino sono i protagonisti della guerra segreta. Si organizzano complotti e attentati sotto le insegne della falsa bandiera. In poche parole: organizzi un'operazione e poi fai in modo che la colpa ricada su altri. È quello che Litvinenko aveva denunciato in un libro. La campagna di attentati che avevano sconvolto Mosca non era ordita dai ceceni, bensì dall'intelligence russa. Ed è sugli eccessi nel Caucaso che indagava la giornalista Anna Politkovskaja. Un lavoro coraggioso pagato con la vita.

Il 7 ottobre viene assassinata da un sicario mentre torna dalla spesa. L'agguato provoca una reazione a catena che arriva fino all'avvelenamento di Londra. Nel mezzo una serie di episodi inquietanti. Alcuni sono legati alla «campagna di Russia», altri non hanno alcuna relazione ma appartengono comunque al mondo delle ombre. Vediamoli. 7 ottobre: liquidata la Politkovskaja. 10 ottobre: suicidio di un alto dirigente dei servizi bulgari. 13 ottobre: suicidio dell'ex ministro degli Interni bulgaro. 30 ottobre: muore per infarto testimone della commissione Mitrokhin. 1°novembre: avvelenato Litvinenko. 15 novembre: suicidio del responsabile degli archivi dei servizi bulgari. 18 novembre: eliminato ex capo della sicurezza cecena. Nessuno si azzarda a prevedere la fine. La colonia russa sul Tamigi teme nuovi colpi. Gli amici di Putin alludono a provocazioni. I nervi sono tesi. Buttare giù un bicchierino di vodka o sorseggiare un tè è come giocare alla roulette russa.





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24 novembre 2006

Ancora una vittima della verità.

Ancora un morto per la libertà. Alexander Litvinenko è morto questa notte a seguito di un misterioso avvelenamento. Le ultime parole che ha detto sono «Potrà riuscire a mettere a tacere un uomo, ma il fragore delle proteste da tutto il mondo, signor Putin, rimbomberà nelle sue orecchie per il resto dei suoi giorni».

Per chi non conosce la storia di Alexander Litvinenko c’è da dire che era un ex agente del KGB riparato in Inghilterra. Litvinenko aveva condotto molte inchiesta sul mercato delle armi non convenzionali che dalla ex Unione Sovietica avevano preso la strada dei paesi medio orientali. Per questo si era scontrato con il Cremlino e con il nostro ormai conosciuto Viktor Anatolijevitch Bout, anche lui ex agente del KGB. Litvinenko sapeva tutto di Bout e delle coperture di cui gode a Mosca e per questo è stato ucciso. Ma ha lasciato molte piste prima di morire. Adesso facciamo in modo che non sia morto invano.

Indiscreto




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16 novembre 2006

Una ipotetica intervista

D) ciao ****** puoi dirmi qualcosa che possa servire alla nostra inchiesta?

R) no direi di no anzi sei tu che dovresti dirmi qualcosa, per esempio le tue fonti

D) sai che non posso. Già fatico a tenere segreto il tuo nome e il nome della tua organizzazione. Ma dimmi come procede l’inchiesta in seno all’ONU?

R) ci vuole tempo come in tutte le cose importanti. Si stanno muovendo in collaborazione con la giustizia italiana e non. Mi immaginavo che avrebbero fatto tutto molto più in fretta ma purtroppo i tempi sono questi.

D) hai avuto problemi?

R) tanti, sotto ogni aspetto anche personali. Ma se il risultato sarà quello che penso ne sarà valsa la pena. Speriamo

D) sei stato minacciato?

R) si ma non è questo il problema. Fino a che minacciano me non è un problema. Il problema è quando minacciano le persone che ti sono care. Allora si che diventa un problema

D) e come lo risolvi un problema del genere?

R) cercando di allontanarti da quelle persone che ti sono care, escludendole totalmente dalla tua vita e facendo in modo che si sappia

D) non è una cosa facile c’è sempre il rischio che comunque siano rintracciabili no?

R) certo ma a certa gente interessa solo chi sa e se tu le allontani da te perdono ogni interesse perché comunque non sanno niente

D) giusto, poco umano ma giusto

R) non c’è niente di umano in questa vicenda e quindi bisogna adattarsi

D) quindi anche la famiglia deve sopportare questo, è terribile

R) soprattutto la famiglia ma anche altre persone

D) ma loro come reagiscono a tutto questo?

R) male naturalmente ma non ha importanza, l’importante e che non siano interessanti per certe persone e non sapendo niente non lo sono

D) ma scusa, come fai a nascondere quello che fai e a essere sicuro che comunque non sapranno? Io per esempio ne so di cose

R) lo faccio e basta. Non importa quello che pensano l’importante è che non sappiano. Questo automaticamente li tiene fuori da ogni problema. Gli si danno false piste.

D) ma chi ti conosce non cadrà nelle false piste

R) eccome se ci cadono. Mi sono anche fatto dei nemici per questo. Chiuso non dico più niente che tu pubblichi di tutto anche cazzate

D) come cazzate? Fino adesso ho sempre avuto ragione

R) ma va, hai detto delle cazzate enormi

D) allora mi leggi?

R) ogni tanto e devo dire che mi diverti anche

D) depisti anche me adesso?

R) no non ne ho bisogno tu ti depisti da solo

D) allora perché volevi sapere chi è la mia fonte?

R) solo per dirgli quanto è stupido e male informato

D) ma i fatti gli danno ragione

R) i fatti non li conosce nessuno. Tu hai usato nomi che sono conosciuti da tutti basta fare una ricerca su internet

D) non proprio e poi io racconto fatti precisi con dati e luoghi

R) come no, nessuno sa i fatti precisi

D) e allora come mai mi è stato imposto di cancellare alcuni interventi sul mio blog?

R) probabilmente perché nella tua fantasia ti avvicinavi pericolosamente alla realtà

D) la mia non era fantasia ma frutto di inchieste serie come lo è quella che porto avanti ora. Ti scoccia che dica certe cose?

R) ma figurati, dici un sacco di cazzate

D) allora perché sei qui a parlare con me?

R) perché fondamentalmente sei un amico e allora ti avviso. Dici un sacco di cazzate

D) ok tu rimani della tua idea io rimango della mia e vado avanti con l’inchiesta. Ti disturba?

R) no affatto, mi diverte leggerti. Voglio vedere dove vai a parare

D) altro da aggiungere?

R) certo che no

Arrivederci a ****** alla prossima




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14 novembre 2006

Una nuova verità sulla morte dell'ex generale americano Preston

Quando il 29 agosto del 2006 riportavamo con un post la notizia della misteriosa morte del ex generale americano Dixon Preston (aiutante del generale Tommy Franks alla base CENTCOM durante la guerra del golfo) avvenuta in Montenegro in circostanze misteriose avanzammo subito l’ipotesi che si trattava di una cosa molto strana e questo per i seguenti motivi:

1)      la morte del generale era avvenuta in Montenegro paese rinomato per dare asilo a ogni tipo di trafficante

2)      il generale venne ucciso all’interno di una super villa sperduta tra le montagne e guardata a vista da decine di uomini armati fino ai denti e super addestrati

3)      la polizia montenegrina liquidò subito il fatto come un tentativo di rapina finito nel sangue

Oggi le nostri fonti ci danno una versione diversa di quei fatti che si collega alla nostra inchiesta. Sembra infatti che l’ex generale Preston da quando era andato in pensione curasse “certi affari” per i servizi americani e che tra questi servizi ci fosse anche il mercato di armi di distruzione di massa da fornire “in modo mirato” a determinati clienti. Per fare questo il generale aveva frequenti contatti con l’imprendibile Viktor Anatolijevitch Bout  che quella sera doveva essere proprio nella villa di Preston. Proprio per questo motivo un commandos formato da “agenti” di un noto servizio segreto avrebbero fatto irruzione nella villa del ex generale uccidendo praticamente tutti. Purtroppo di Bout nessuna traccia forse perché informato del blitz o forse per una rinuncia dell’ultimo minuto del tutto fortuita. Fatto sta che il suo nome continua a ricorrere in ogni piccolo passo della nostra inchiesta.

Indiscreto




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11 novembre 2006

Discretamente ma con decisione vanno avanti

Ancora una volta attingo al sito di ******* per portare alla vostra conoscenza il lavoro di queste persone. Un lavoro duro e sotterraneo che anche se lentamente sta dando i suoi frutti. Da lunedi torneemo anche a pubblicare il nostro dossier

Trattato globale sul controllo delle armi.

 

Mercoledì 15 novembre 2006 ***** presenterà la bozza definitiva sul trattato delle armi presso la sede delle Nazioni Unite di Ginevra. La bozza, intitolata “convenzione quadro sul mercato delle armi”, indica le linee guida che dovranno seguire i legislatori per preparare il trattato cioè:

 

Il principio basilare della Convenzione Quadro, stabilito nell’Articolo 1, prevede che gli Stati debbano autorizzare tutti i trasferimenti internazionali di armi attraverso un meccanismo di licenze.

Gli Articoli 2, 3 e 4 stabiliscono le sostanziali obbligazioni. Delineano i criteri a cui gli Stati devono conformarsi nell’autorizzare i trasferimenti di armi.

 

L’Articolo 2, codifica le esistenti limitazioni all’interno del diritto internazionale riguardo alla sovranità degli Stati nel trasferire e autorizzare i trasferimenti di armi. Queste limitazioni includono quelle imposte da:

la Carta delle Nazioni Unite (includendo le decisioni del Consiglio di Sicurezza come

quelle che impongono gli embarghi sulle armi);

qualsiasi altro trattato a cui lo Stato sia obbligato, includendo gli embarghi adottati da altri organismi internazionali e regionali (quali UE), come anche i trattati che proibiscano espressamente trasferimenti di armi, quali la Convenzione per la Proibizione delle Mine Anti-uomo;

i principi universalmente accettati del diritto umanitario internazionale che includano

la proibizione di impiegare armi che siano incapaci di distinguere tra combattenti e civili e tra obiettivi militari e strutture civili o di natura tale da causare ferite superflue o sofferenze non necessarie. La proibizione riguardante i trasferimenti consegue dalla constatazione che il trasferimento di queste armi sarebbe inconciliabile con l’implicita proibizione all’interno del diritto internazionale di usare queste armi. La proibizione includerebbe anche le armi il cui uso sia proibito da specifiche convenzioni quando queste non affrontino il problema dei trasferimenti;

diritto internazionale consuetudinario. I trasferimenti di armi da uno Stato ad un altro,o a persone nel territorio di un altro Stato, senza il consenso dello Stato ricevente potrebbero provocare la violazione degli obblighi del diritto internazionale

consuetudinario equivalenti, ad esempio, alla minaccia dell’uso della forza. Trasferimenti a persone diverse da quelle esercitanti l’autorità di governo potrebbero causare l’infrazione dei principi di non-intervento negli affari interni dello Stato.

 

L’articolo 3 stabilisce le limitazioni alla libertà di trasferire armi basandosi sull’utilizzo o il probabile utilizzo che potrebbe essere fatto con le armi dallo Stato ricevente. La responsabilità degli Stati di non autorizzare trasferimenti secondo questo principio deriva dall’obbligo a non partecipare agli atti internazionalmente illegali di un altro Stato. Questo principio è riflesso nell’Articolo 16 nel documento Articoli riguardo alla responsabilità degli Stati per gli Atti Internazionalmente Illegali

della Commissione sul Diritto Internazionale delle Nazioni Unite e ampiamente considerato come un principio del diritto internazionale consuetudinario applicabile a tutti gli Stati. Nel rispetto di questo principio, gli Stati hanno l’obbligo di fermare l’autorizzazione dei trasferimenti nelle circostanze in cui essi sappiano o debbano sapere che le armi in questione saranno probabilmente usate per commettere atti in violazione del diritto internazionale. Per esempio, i trasferimenti non

devono essere autorizzati se uno Stato conosce o debba conoscere il probabile uso illegale delle armi in violazione della Carta dell’ONU, in particolare la proibizione di minacciare o utilizzare l’uso della forza contenuta nell’Articolo 2(4) e i relativi principi concernenti le minacce alla pace, violazioni della pace e gli atti di aggressione così come all’Articolo 39 della Carta, nella Dichiarazione dei Principi del Diritto Internazionale della Risoluzione 2625 (XXV) della Assemblea Generale nel 1970 e in altre risoluzioni delle Nazioni Unite che hanno fissato degli standard di regole;

nell’esecuzione di gravi violazioni dei diritti umani;

nell’esecuzione di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale;

nell’esecuzione di crimini di genocidio o contro l’umanità; o dirottate e utilizzate per commettere qualsiasi delle precedenti violazioni del diritto internazionale.

 

L’Articolo 4 non proibisce l’autorizzazione dei trasferimenti di armi. Al contrario, identifica quattro ulteriori fattori che gli Stati devono prendere in considerazione prima di autorizzare un trasferimento di armi. Questi fattori richiedono agli Stati di considerare il possibile effetto del trasferimento di armi. Specificatamente, gli Stati devono considerare se i trasferimenti di armi abbiano la probabilità di:

essere usati per o facilitare l’esecuzione di crimini violenti;

influenzare negativamente la sicurezza regionale;

influenzare negativamente lo sviluppo sostenibile

essere dirottate e utilizzate per commettere qualsiasi dei precedenti atti.

Quando appaia che il trasferimento possa avere uno di questi effetti, l’Articolo sancisce una ragione contraria all’autorizzazione.

 

L’articolo 5 richiede che gli Stati stabiliscano un meccanismo di autorizzazioni e di licenze all’interno delle proprie leggi nazionali per l’effettiva attuazione della convenzione. Un Annesso (ancora in fase di elaborazione) svilupperà standard minimi nell’affrontare materie quali la necessità di un meccanismo di licenze da traslazione a traslazione, i livelli minimi di informazioni da fornire per i richiedenti le licenze, i meccanismi che permettano un controllo parlamentare, etc…

 

L’articolo 6 crea un Registro Internazionale dei Trasferimenti Internazionali di Armi al quale ciascuna delle parti contraenti sarà tenuta a sottoporre un rapporto annuale sui trasferimenti di armi internazionali. Sebbene le Nazioni Unite abbiano già istituito un simile Registro delle Armi Convenzionali, esso non include tutti i tipi di armi, quali le armi piccole e leggere, e non è collegato all’implementazione di un insieme di standard normativi.

 

Oltre alle linee guida sul controllo del mercato delle armi, il documento conterrà anche le linee guida per una legislazione internazionale che preveda l’estradizione per persone ricercate per il reato di “traffico internazionale di armi” configurando detto reato come crimine contro l’Umanità.




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8 novembre 2006

Continuano le vittorie di ******. Anche Israele si deve piegare

La giustizia, anche quella israeliana, dopo la denuncia all’ONU presentata da ****** inizia a fare il suo corso. E’ notizia di oggi che il procuratore generale di Gerusalemme Menachem Mazuz ha rinviato a giudizio Avigdor Liebermann falco estremista di destra appena nominato ministro degli Affari Strategici  nel governo di Ehud Olmert. A Liebermann si contesta il fatto che si sia fatto corrompere da Amos Golan per coprire la fornitura di armi a diversi paesi africani.

Purtroppo non riusciamo a contattare il direttore di ***** per avere sue dichiarazioni in merito.

Indiscreto




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